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Documento - 09/10/2026

Geopolitica dell'Energia - Settembre 2026

Centro Europa Ricerche

Dal rapporto emerge come l’accordo di concessione firmato il 31 agosto tra il governo venezuelano e gli Stati Uniti possa rappresentare un primo passaggio verso una regionalizzazione del mercato petrolifero. L’intesa assegna a North American Blue Energy Partners, partecipata al 35% dal Dipartimento della Difesa USA, diritti di sfruttamento per 100 anni su 17 campi con riserve stimate in circa 65 miliardi di barili, con un diritto d’acquisto per Washington su almeno il 20% della produzione al costo di produzione. Per gli Stati Uniti il greggio pesante venezuelano è funzionale alle raffinerie del Golfo e al ripristino della Riserva Strategica, scesa ai minimi dal 1982, mentre l’operazione ridimensiona la presenza cinese e russa nel Paese, mettendo a rischio il rimborso dei prestiti petroliferi concessi da Pechino.

In questo contesto, i benefici per Caracas appaiono limitati: le entrate attese, circa 8,4 miliardi di dollari l’anno, sono inferiori a quanto incassato nel solo 2025, e un rapido aumento della produzione resta improbabile, dati il deterioramento dell’industria e i circa 183 miliardi di investimenti necessari al 2040, oltre alla saturazione della capacità di raffinazione statunitense. Le major si muovono in ordine sparso, con Chevron, ONGC ed Eni pronte a investire ed ExxonMobil e ConocoPhillips ancora prudenti, mentre sull’accordo pesano dubbi di legittimità costituzionale che potrebbero portarne alla revoca. Sullo sfondo, un mercato petrolifero segnato dal conflitto in Medio Oriente, con domanda e offerta globali in calo nel 2026 e una produzione statunitense ai massimi storici.

In allegato il rapporto completo.
 

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