(Adnkronos) - La guerra in Iran e in Medio Oriente potrebbe finire. Se e quando sono incognite difficili da risolvere soprattutto guardando agli annunci, le minacce, le smentite e i passi indietro del presidente americano Donald Trump. Mai come in questa fase, l'andamento dei mercati finanziari e anche quello delle quotazioni di gas e petrolio è legato a interpretazioni di segnali poco affidabili e di umori particolarmente volubili. Il rischio più serio che stiamo correndo è quello di sottovalutare la durata e gli effetti della crisi economica che si sta delineando come conseguenza diretta di un conflitto che è andato oltre le previsioni, le aspettative e, forse, le stesse intenzioni di chi l'ha iniziato. Tutti gli scenari di previsione sono condizionati dal fattore tempo. Si parla, comprensibilmente, della durata del conflitto. Ma c'è un'altra lettura del fattore tempo che andrebbe presa in maggiore considerazione: quanto dureranno le conseguenze sul piano dell'energia, delle altre materie prime, della mobilità di merci e persone? E, soprattutto, i rimbalzi che attenuano le fibrillazioni sui mercati sono legati alla percezione che ci possa essere un orizzonte certo, le famose due o tre settimane che Trump rilancia a giorni alterni, o a fattori sostanziali? In altre parole, andrebbe presa nella giusta considerazione l'ipotesi che lo shock possa sopravvivere alla fine formale della guerra. Questo, perché è difficile pensare che il passaggio dallo Stretto di Hormuz possa tornare rapidamente alla normalità e perché andranno fatti i conti con i danni alle infrastrutture di produzione del gas e del petrolio. Ci sono voci autorevoli, dati e analisi che sostengono questa lettura. La premessa che fa il Fmi è che se continuassero le limitazioni all'export di petrolio, gas e fertilizzanti, come conseguenza della guerra in Iran, "tutte le strade portano ad un aumento dei prezzi e a un rallentamento della crescita a livello mondiale". In un report firmato tra gli altri dal capo economista Pierre-Olivier Gourinchas, il Fondo lancia l'allarme sulle conseguenze economiche della guerra contro l'Iran e avverte che i governi con livelli elevati di indebitamento avranno un accesso limitato alle risorse che potrebbero essere utilizzate per attenuare gli effetti della crisi. "In Europa, lo shock sta facendo riemergere lo spettro della crisi del gas del 2021-22, con Paesi come l’Italia e il Regno Unito particolarmente esposti a causa della loro dipendenza dall’energia elettrica prodotta dal gas, mentre Francia e Spagna sono relativamente protette grazie alla loro maggiore capacità nucleare e di energie rinnovabili". Le esportazioni attraverso lo stretto di Hormuz, ha evidenziato il Governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta, "si sono pressoché interrotte e stanno emergendo danni rilevanti alle infrastrutture di produzione e raffinazione". L’effetto più immediato del conflitto, ha rilevato Panetta, "è stato un forte aumento dei prezzi del gas e del petrolio, con un conseguente indebolimento delle prospettive di crescita e nuove pressioni inflazionistiche". Non solo, è indispensabile guardare allo scenario in prospettiva: "Anche in caso di una rapida cessazione delle ostilità, il ritorno a condizioni ordinate nel mercato dell’energia richiederebbe tempi non brevi". Più in generale, è la conclusione a cui è arrivato il numero uno di Via Nazionale, "si consolida un contesto di elevata incertezza, destinato verosimilmente a protrarsi oltre la fase acuta del conflitto". I dati evidenziano che lo shock sul piano dell'energia sarà difficile da smaltire. Al 31 marzo il traffico nello stretto di Hormuz, da cui passano circa un quinto del commercio globale di petrolio e gas naturale liquefatto, si è quasi azzerato crollando di oltre cento navi al giorno rispetto agli almeno 135 transiti medi del periodo pre-conflitto. Il gas sul mercato europeo Ttf, dopo lo stop alla produzione da parte del Qatar a di Ras Laffan e i gravi danneggiamenti a molti impianti produttivi nell’area del Golfo, è rincarato del 70%. I future sul petrolio Brent sono saliti quasi del 50% e i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti di oltre il 30%, superando i 4 dollari al gallone per la prima volta dall’agosto 2022. Lo shock prodotto dalla crisi dell'energia si trasmette all’economia reale attraverso diversi canali. Il primo, quello più diretto, riguarda dei costi: l’aumento dei prezzi di petrolio e gas si scarica sulle bollette, penalizzando il reddito disponibile delle famiglie e, di conseguenza, i consumi. Lo stop al passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, e questo vale in proporzione anche in caso di riapertura con passaggi 'gestiti' dall'Iran, comporta l'aumento dei costi di trasporto e, a cascata, l'aumento dei prezzi lungo tutta la filiera di approvvigionamento e distribuzione dei prodotti. Stesso discorso per la produzione agricola, penalizzata dal rincaro di fertilizzanti e altri prodotti chimici legati al gas naturale, che vede aumentare costi che si scaricano sui prodotti alimentari. Sul fronte finanziario, tassi di interesse più elevati e condizioni di credito più rigide rendono più costosi investimenti e consumi, frenando ulteriormente la domanda. Tutto questo, inevitabilmente, vuol dire meno pil prodotto. I principali indicatori economici globali dicono che la guerra sta portando l’economia mondiale nel tunnel di una crisi sistemica. Sono indicatori che fanno prevedere uno scenario da stagflazione, il termine che si usa per descrivere l'effetto combinato di alta inflazione e crescita ferma. E' lo scenario che temono di più le banche centrali, a partire dalla Bce, perché si trovano a dover gestire l'eterno paradosso della politica monetaria: le misure che servono per contenere i prezzi, a partire dalla leva dei tassi, hanno un impatto negativo sull'attività economica. La conseguenza è che diventa difficile intervenire se non cercando il miglior compromesso possibile. Come sostiene il Fondo Monetario Internazionale, è bene ricordare che le crisi globali non hanno lo stesso peso in tutti i Paesi, perché sono più esposti quelli che sono già più dipendenti sul piano dell'energia e che hanno debiti più alti e sono quindi finanziariamente più esposti. E', evidentemente, l'identikit dell'Italia. Il sistema economico italiano dipende in misura significativa dalle importazioni di energia e risulta quindi più sensibile alle oscillazioni dei prezzi del petrolio e del gas. L’aumento dei costi energetici, come abbiamo già visto, si traduce rapidamente in bollette più alte per famiglie, ma anche in maggiori costi di produzione per le imprese, soprattutto quelle industriali. Chiaramente più colpiti i settori energivori, come la manifattura, la chimica, la siderurgia e i trasporti. Conseguenza di questo impatto è una caduta della competitività, che riduce i margini e, generalmente, si riflette anche sull’occupazione. (Di Fabio Insenga)