(Adnkronos) - I mercati 'festeggiano' e le quotazioni del petrolio scendono. La tregua di due settimane in Iran ha un effetto immediato positivo che, come tutte le reazioni puntuali, risente dell'andamento fortemente negativo delle ultime settimane, e assume quindi le caratteristiche del 'rimbalzo'. Il rischio percepito, altissimo fino a questa notte, si ridimensiona e alimenta da una parte un'apertura di ottimismo degli investitori che tornano ad acquistare titoli e, dall'altra, allenta la pressione sui prezzi dei prodotti energetici. Il pericolo per ora scampato di una ulteriore deflagrazione della guerra, con l'ultimatum del presidente americano Donald Trump che ha amplificato la tensione con un ripetuto effetto annuncio, lascia respirare gli indicatori principali dell'economia globale. Tutto questo, però, non consente di cambiare scenario: restano le incognite che pesano sulle previsioni che riguardano la crescita, con il rischio di una recessione per nulla scongiurato, e l'inflazione, con i prezzi che rimangono sotto stretta sorveglianza. La domanda che in queste ore ha più senso porsi è: cosa serve realmente all'economia per allontanare la crisi? Le risposte non possono che essere diverse e legate tra loro. A partire dalla varibile principale, che è legata allo Stretto di Hormuz. Cosa vuol dirlo riaprirlo? A chi e a quali condizioni sarà consentito il passaggio? E' facilmente prevedibile che il transito resti un'arma di pressione in mano a Teheran e che, in ogni caso, possa comportare un costo più alto da pagare per tornare su rotte che le navi facevano prima che Stati Uniti e Israele iniziassero a bombardare l'Iran. Se così fosse, andrebbe considerato un impatto strutturale, non più reversibile, che continuerebbe a scaricarsi sui prezzi delle merci. Il dossier principale è quello che riguarda l'energia e, a cascata, carburanti e costo dei trasporti. Incide in maniera consistente soprattutto rispetto alle conseguenze del conflitto che continueranno a ripercuotersi sull'economia reale. Vanno considerati tutti i danni che sono stati prodotti finora e che, anche nel caso in cui la tregua si traformasse in una pace stabile, eventualità ancora tutta da verificare, presuppongono mesi, se non anni, di gap da recuperare rispetto alla situazione pre conflitto. Sul piano materiale, ci sono soprattutto i danni alle infrastrutture di produzione di gas e petrolio, in Iran e negli altri Paesi del Golfo. Ne andranno calcolati i relativi costi, sia in termini di recupero e di ricostruzione sia in termini di minore produzione. Sul piano immateriale, uno dei fattori che può pesare di più è il costo per la sicurezza. Basti pensare alle assicurazioni e allo spostamento di persone e merci. Tutta l'area coinvolta dal conflitto ne risentirà a lungo, con ripercussioni che impatteranno sulle filiere produttive e su interi comparti, a partire dal turismo. C'è poi un costo complessivo, equamente distribuito su tutti i settori che hanno o avevano il Medio Oriente come mercato di riferimento e che pesa più di tutti sull'intero scenario economico: l'incertezza. E' il principale nemico degli investimenti, sia sul piano finanziario sia sul piano industriale. Quanti se ne sono fermati da quando è scoppiato il conflitto, quanti e per quanto tempo non vedranno la luce? Le scelte conservative, legate alla comprensibile attesa di prospettive migliori, si sommano e generano un rallentamento dell'attività economica che non si interrompe con una tregua di due settimane. L'economia, a livello globale, per allontanare lo spettro di una crisi ha bisogno di uno scenario che possa consentire previsioni fondate, almeno con un orizzonte temporale ragionevole. Oggi non c'è e nessuno può ipotizzare se e quando possa esserci. (Di Fabio Insenga)