(Adnkronos) - Quando si parla delle conseguenze sul piano economico delle guerre, prima l'Ucraina e ora anche l'Iran, si fa spesso riferimento all'andamento dei mercati e alle quotazioni di gas e petrolio. Numeri che salgono o che scendono, con variazioni percentuali più o meno sensibili. Alimentano analisi, previsioni e scenari. Ma la percezione vera delle difficoltà è nell'economia quotidiana: la bolletta del gas è molto più alta dell'ultima che hai pagato; un pieno di benzina, o peggio ancora di gasolio, lo paghi diversi euro in più; la spesa al supercato diventa più cara, settimana dopo settimana; gli investimenti, che siano titoli di Stato, azioni o obbligazioni, sono tutti in rosso e con il segno meno. Da una parte lo stipendio non basta più, dall'altra i risparmi si bruciano. Stessa dinamica per le imprese. Gli indicatori della produzione industriale, degli ordinativi e del fatturato descrivono un quadro macro, mentre i flussi di cassa fotografano le difficoltà nel far quadrare i conti. Salgono i costi, si assottigliano i margini, si riducono o si fermano gli investimenti, in una spirale che spesso si scarica sul mercato del lavoro: ridimensionamento della forza lavoro, assunzioni previste che saltano, licenziamenti che arrivano. Tecnicamente, si fa la distinzione tra economia finanziaria ed economia reale. Semplificando molto, l'economia finanziaria comprende i mercati e gli strumenti che servono a investire e trarre un guadagno attraverso un rendimento, mentre l'economia reale è quella collegata alla produzione e alla distribuzione di beni e servizi. Quello che è imporante è il legame tra 'le due economie': i mercati finanziari forniscono all’economia reale risorse che verranno utilizzate per gli investimenti in attività commerciali e nella produzione di beni e servizi. Risorse che almeno in parte tornano poi nell’economia finanziaria, attraverso la restituzione del capitale prestato e il pagamento degli interessi. Questo circuito però, in presenza di shock come quello provocato dal conflitto in Iran, rischia di non funzionare come dovrebbe, con la conseguenza di amplificare i danni prodotti dalle riperussioni dirette, dai costi dell'energia e quelli dei trasporti. La percezione di una difficile congiuntura economica, anche quando ancora non è una crisi conclamata, pesa in maniera consistente sulla fiducia. Per le singole persone si traduce in minore propensione a spendere, e quindi alimenta una contrazione dei consum. Per le imprese in una minore propensione a investire, che inevitabilmente compromette in parte l'attività economica. Non solo. La fiducia è strettamente legata al consenso. E' per questo che le difficoltà dell'economia hanno anche un consistente valore politico. L'equazione, alla fine, si chiude: quello che le persone si trovano in tasca, e le imprese in cassa, alimentano o deprimono anche la fiducia e il consenso. (Di Fabio Insenga)