Dal rapporto emerge come la rendita mineraria della Federazione Russa abbia subito una profonda trasformazione nel quadriennio successivo all'invasione dell'Ucraina, segnato da una flessione dei prezzi e da sanzioni internazionali. Nonostante l'aumento dei volumi esportati (+6%), i ricavi totali da fossili sono scesi del 27% rispetto al periodo pre-conflitto, spingendo Mosca a cercare nuove entrate fiscali, come l'IVA e le imposte sugli utili, per preservare l'equilibrio del bilancio pubblico.
In questo contesto, l'attuale rialzo dei corsi petroliferi, determinato dalle tensioni tra Stati Uniti, Israele e Iran, sta restituendo spazio fiscale alla Russia, con entrate che a marzo 2026 hanno raggiunto i massimi degli ultimi quattro anni grazie a un greggio Urals prossimo ai 100 $/b. Ne deriva un'economia russa che appare oggi più diversificata e meno dipendente dalle fluttuazioni delle materie prime, mentre negli Stati Uniti l'aumento dei prezzi sta rilanciando l'attività di trivellazione nonostante le persistenti carenze di capacità nel settore dei servizi petroliferi.