Dal rapporto emerge come l'uscita degli Emirati Arabi Uniti dall'OPEC e dall'alleanza OPEC plus, dal 1° maggio scorso, evidenzi il latente conflitto di interessi con l'Arabia Saudita, esacerbato dalle tensioni nel Golfo. La decisione rispecchia la strategia di Abu Dhabi di accelerare gli investimenti nella produzione nazionale per superare i vincoli sulle quote, ritenuti penalizzanti a fronte degli investimenti effettuati. Geopoliticamente, la mossa viene letta sia come una vittoria di Donald Trump – che ha concesso linee di swap in dollari al Paese colpito dal blocco dello Stretto di Hormuz in cambio di investimenti emiratini nel gas USA – sia come l'apice di un disaccordo strutturale con Riad sui prezzi di pareggio del greggio, aprendo a un possibile avvicinamento degli Emirati ai blocchi BRICS plus e SCO.
In questo contesto, l'impatto sull'efficacia dell'OPEC solleva tesi divergenti tra chi teme che la rincorsa alle quote di mercato mini la stabilità degli accordi coordinati e chi, invece, ritiene inalterata la capacità del cartello di influenzare i prezzi grazie alla solidità dell'OPEC plus. Lo scenario globale rimane fragile, segnato dal crollo delle scorte industriali OCSE e dalla forte contrazione della produzione nei paesi del Golfo a causa degli eventi bellici. Sullo sfondo di tale instabilità, l'output di greggio statunitense si è stabilizzato a 13.710.000 b/g a fronte di una lieve flessione delle importazioni, in un mercato in cui il posizionamento finale degli EAU dipenderà dagli equilibri geopolitici tra Stati Uniti, Cina e Russia.