Aumentano gli investimenti ma sono concentrati su un numero più ristretto di imprese. Il divario con gli Usa emerge nella crescita dimensionale.
Non basta far nascere nuove imprese innovative. La vera sfida, per l’Italia come per il resto d’Europa, è creare le condizioni affinché le startup possano crescere, consolidarsi e competere sui mercati internazionali. È su questo terreno che si misura la maturità di un ecosistema che nell’ultimo decennio ha compiuto progressi significativi, ma continua a scontare un ritardo rispetto ai principali concorrenti globali. Servono capitali, competenze manageriali, collegamenti più stretti tra ricerca e industria e investitori disposti ad accompagnare le imprese nel lungo periodo. Il venture capital italiano, il capitale di rischio destinato alle imprese innovative ad alto potenziale, attraversa una fase di trasformazione. Secondo l’Osservatorio realizzato da Growth Capital e Italian Tech Alliance, nei primi nove mesi del 2026 gli investimenti hanno raggiunto 1,465 miliardi di euro, in aumento del 71% rispetto agli 855 milioni dello stesso periodo del 2025. Il numero dei round è però sceso da 306 a 210.
Il round medio è salito da 4,1 a 7 milioni di euro, mentre quello mediano è passato da 1,1 a 2 milioni. Il capitale investito ha già superato il totale del 2024 e potrebbe oltrepassare quello dell’intero 2025. Una quota crescente delle risorse si concentra sulle società che hanno già superato le prime fasi di sviluppo, mentre gli investitori diventano più selettivi, privilegiando aziende con modelli di business verificati e prospettive concrete di espansione. Per le iniziative imprenditoriali più giovani il percorso rischia invece di complicarsi. I round pre-seed e seed, destinati alle fasi iniziali, sono diminuiti del 37%, mentre le operazioni di serie B e successive sono raddoppiate. Da un lato, la maggiore attenzione alla solidità dei progetti segnala la maturazione del mercato; dall’altro, un sistema che concentra i finanziamenti sulle realtà già affermate rischia di restringere la platea delle imprese in grado di sviluppare nuove tecnologie. Il rischio è che idee promettenti non riescano a raggiungere la fase di commercializzazione.
Il confronto con gli Stati Uniti mostra quanto il problema della crescita dimensionale riguardi l’intero ecosistema europeo. Secondo un’analisi comparativa che considera le startup individuate attraverso l’attività brevettuale o l’accesso al venture capital, lo 0,36% delle realtà europee raggiunge finanziamenti di almeno 50 milioni di dollari, contro lo 0,99% di quelle statunitensi. Una distanza che riflette le maggiori difficoltà nel sostenere le imprese durante le fasi di espansione, quando diventano necessari capitali consistenti e l’accesso a mercati più ampi.
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