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Articolo - 15/07/2026

Dagli Usa alla Spagna: i modelli vincenti nel sostegno alle startup

Colloquio su Repubblica.it con Filippo Frangi (Polimi) sulle ricette per sostenere l’ecosistema delle nuove imprese innovative, tra capitali, competenze e dialogo fitto tra il mondo della ricerca e quello delle imprese.

Capitali, ma non solo. Il sostegno all’innovazione passa per la capacità di creare un ecosistema nel quale competenze, finanza, mondo della ricerca e dell’impresa si contaminano. Con Filippo Frangi, senior researcher dell’Osservatorio Startup Thinking, istituito dal Politecnico di Milano, abbiamo parlato dei benchmark che possono offrire spunti interessanti al sistema-Italia.

 

Quali sono oggi i Paesi che rappresentano i modelli più efficaci nel sostegno all’innovazione e alle startup? Cosa li rende così competitivi?

“Il riferimento globale rimangono ovviamente gli Stati Uniti, dove capitale di rischio, cultura del fallimento e legami stretti tra università e impresa fanno sistema. Se guardiamo al contesto europeo, probabilmente, i casi più utili per l’Italia non sono la Francia e la Germania (che sono fuori scala con rispettivamente oltre 7 e 8 miliardi di dollari raccolti dalle startup dei rispettivi Paesi), ma la Spagna. È un’economia più piccola della nostra (Pil inferiore di circa il 20%, popolazione del 23%) che ha costruito un sistema di startup quasi doppio: nel 2025 le giovani imprese hanno raccolto circa 3 miliardi di euro, contro l’1,5 dell’Italia. A renderla competitiva sono la stabilità normativa, la forte attrazione di capitali esteri (fino al 70-80% della raccolta), l’energia rinnovabile a basso costo che attira data center e progetti AI e un modello multi-hub che non si concentra su una sola città (Madrid e Barcellona, ma anche Valencia, Bilbao, Malaga, Siviglia)”.

 

C’è un’esperienza estera che a suo avviso potrebbe essere replicata anche in Italia?

“Come evidenziato dall’attività di ricerca dell’Osservatorio Startup Thinking, è sicuramente utile evidenziare la Ley de Startups spagnola del 2022. Si tratta di un intervento organico, non frammentato: consente di registrare un’impresa online in poche ore, riduce l’imposta sulle società al 15% per i primi quattro anni (contro il 25% ordinario), tassa le stock option solo al momento della vendita e introduce un visto per imprenditori e lavoratori qualificati extra-Ue, che ha portato anche alla crescita nella presenza di nomadi digitali con sede nel Paese. A questa si affianca il Next-Tech Fund, che mobilita fino a quattro miliardi di euro in partnership pubblico-privato su digitale e intelligenza artificiale. È un pacchetto adattabile all’Italia, dove oggi le misure esistono ma restano più disperse e discontinue”.

 

Quale ruolo svolgono le università negli ecosistemi dell’innovazione di maggior successo? E quanto conta il trasferimento tecnologico rispetto alla ricerca tradizionale?

“Negli ecosistemi migliori l’università è il motore del deep tech, che secondo i dati dell’Osservatorio Startup e Scaleup Hi-tech in Italia già pesa per 11 dei 15 maggiori round del 2025 (da Newcleo a D-Orbit, AAVantgarde Bio ed Exein). La differenza però non la fa il volume di ricerca, ma la capacità di trasformarla in impresa. In primis tramite la creazione di competenze manageriali e imprenditoriali anche tra chi lavora in contesti di ricerca universitaria. Ad esempio, secondi i dati Oecd (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) l’Italia si posiziona ai primi posti per il numero di pubblicazioni scientifiche top in rapporto al Pil Gdp, ma crolla nelle stesse classifiche se si guarda la capacità di commercializzare i brevetti e stimolare investimenti del venture capital nel DeepTech. È necessario agire su agevolazioni concreti: a Stanford l’ufficio di trasferimento tecnologico chiede solo l’1-5% di equity per licenziare un brevetto, contro il 40% e oltre preteso da molti atenei europei: meno pretese sul capitale, più spin-off che nascono e scalano. La leva, quindi, è il trasferimento tecnologico, non la ricerca fine a sé stessa”.

 

L’Italia dispone già di diverse misure a sostegno dell’innovazione. Dove vede ancora i principali punti deboli rispetto ai Paesi più avanzati?

“Cinque nodi. Primo, il capitale corporate resta marginale: il corporate venture capital ha coinvolto solo il 24,4% dei round e nella sua forma strutturata è ancora raro. Secondo, la burocrazia e la discontinuità degli incentivi istituzionali, come il mancato rinnovo nel 2026 della detrazione fiscale del 30% per chi investe in startup innovative. Terzo, un trasferimento tecnologico che fatica a trasformare brevetti e conoscenza universitaria in imprese scalabili. Quarto, una cultura ancora orientata alla piccola impresa sostenibile nel breve più che alla nascita di scaleup con scala internazionale. Quinto, un mercato delle exit asfittico: nessuna Ipo nel biennio 2024-2025 e solo 22 acquisizioni nel 2025, in calo dalle 30 del 2024. Il risultato è un ‘soffitto’ strutturale intorno a 1,5 miliardi di euro, quando gli ecosistemi francese e tedesco sono circa quattro volte più grandi”.

 

Se potesse suggerire tre azioni prioritarie ai decisori pubblici italiani per accelerare l’innovazione e sostenere la crescita delle startup nei prossimi cinque anni, quali sceglierebbe?

“In primis un quadro normativo unico e stabile, sul modello della Ley de Startups: meno burocrazia e incentivi fiscali certi e pluriennali, che non vengano interrotti da un anno all’altro, per non frenare le decisioni di investimento nelle fasi early stage. Quindi c’è la necessità di mobilitare capitale paziente e corporate: completare l’attuazione dello Startup Act 2.0, che indirizza una quota del risparmio di fondi pensione e casse di previdenza (stimato in 350-400 miliardi) verso il venture capital, e incentivare i corporate venture capital per far crescere la partecipazione delle grandi imprese. Infine, è necessario aprirsi all’internazionale e giocare la carta del 28esimo regime europeo: una struttura societaria opzionale per scalare nel mercato unico senza replicare governance e adempimenti in 27 ordinamenti. Per un ecosistema che raccoglie già circa il 44% da investitori internazionali, è l’occasione per superare il perimetro nazionale e rispondere a diverse di queste sfide”.

 

di Luigi dell'Olio

 

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