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Comunicato Stampa - 04/05/2026

ZLS Lazio, Biazzo: “Passaggi burocratici ridotti del 50% ora possibile competere con la Zes unica”

Economia: intervista al Presidente di Unindustria su Il Messaggero


«Con la Zona logistica semplificata e le due zone franche doganali la burocrazia nel Lazio verrà dimezzata: in questo modo sarà possibile competere con la Zes Unica del Mezzogiorno, estesa anche a Umbria e Marche». A dirlo è Giuseppe Biazzo, presidente di Unindustria, secondo cui i due strumenti potranno coinvolgere centinaia di imprese in tutta la Regione, con la Capitale come perno dell’ulteriore possibile sviluppo economico di tutto il territorio. E con effetti diretti anche sulla capacità di attrazione di nuovi investimenti produttivi e logistici nei prossimi anni. Il Presidente Biazzo ne ha parlato con Il Messaggero nell'intervista a cura di Giacomo Andreoli.

 

Presidente, con questi due nuovi strumenti, in concreto, cosa cambia per chi vuole investire nel Lazio?
«Cambia l’impostazione complessiva. La Zona logistica semplificata è stata inserita nel nostro piano industriale e la Regione Lazio l’ha fatta propria come risposta a un territorio che oggi si trova accerchiato da regioni dentro la Zes. Parliamo di 5.700 ettari e 64 comuni, quindi un perimetro molto ampio che coinvolge Tiburtina, Santa Palomba, Castel Romano, Civitavecchia e Gaeta. L’obiettivo è rendere il Lazio più semplice e più veloce da scegliere per un investimento».


Perché quindi un’impresa dovrebbe essere interessata?
«Per due motivi molto chiari: il primo è economico, con 100 milioni di euro di credito d’imposta tra il 25% e il 35% sugli investimenti 2026. Il secondo è la semplificazione: una riduzione fino al 50% dei tempi autorizzativi. È questo che fa la differenza nella pratica, perché spesso il vero ostacolo non è l’investimento, ma il tempo per realizzarlo».

 

Il Lazio può davvero competere con la Zes Unica del Mezzogiorno?
«Sì, ma con un modello diverso. La Zes ha avuto un perimetro molto ampio, forse troppo. Qui invece si lavora su aree industriali reali e già strutturate, coerenti con le vocazioni produttive del territorio. È una risposta più mirata e più sostenibile, che rende il sistema Lazio competitivo senza dispersioni».

 

Quanto contano infrastrutture e capitale umano in questa strategia?
«Contano in modo decisivo. Fiumicino è uno dei migliori aeroporti d’Europa e collega il Lazio al mondo. Poi abbiamo i porti di Civitavecchia e Gaeta e un sistema industriale che ruota attorno a Roma. Questo permette di investire con costi competitivi, ma con una logistica globale. E poi c’è il capitale umano: università forti e competenze alte, ma molti giovani vanno via. Dobbiamo trattenerli e creare occupazione qualificata qui».

 

Le Zone franche doganali che ruolo hanno nell’implementare lo sviluppo economico?
«Sono uno strumento molto potente per alcune filiere. Le merci entrano da Paesi extra Ue, vengono lavorate e poi riesportate senza dazi. È particolarmente interessante per farmaceutico, chimica e automotive. La manifestazione d’interesse è già partita e si punta a renderle operative entro fine anno, con il coinvolgimento delle Autorità portuali».

Il sistema industriale del Lazio su quali settori può puntare e quale ruolo giocano le grandi imprese?
«Siamo già forti nel farmaceutico, dove il Lazio è leader nazionale, nell’aerospazio e nella difesa, e in crescita nell’Information and Communication Technology e nella cybersecurity. Ma c’è anche un tema industriale aperto sull’automotive: l’obiettivo è coinvolgere anche Stellantis e rafforzare la produzione nel Lazio, dentro una strategia che passa anche dal futuro consorzio industriale unico regionale. Il settore è in una fase delicata e va accompagnato per non perdere competitività».

Quante imprese possono essere coinvolte dai due strumenti e che prospettiva vede per il sistema Lazio e il suo export?
Parliamo potenzialmente di centinaia di imprese nella Zona logistica semplificata e oltre 100 nelle Zone franche doganali. Ma il punto non è solo quantitativo: è attrarre nuovi investimenti e consolidare quelli esistenti, anche includendo aziende oggi fuori perimetro. I dati dell’export sono positivi, oltre 36 miliardi nel 2025 con una crescita del 9,6%, ma con questi strumenti il potenziale è ancora più alto, se il contesto internazionale lo consentirà».

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Stefano Micalone




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